Thursday, September 23, 2010

Amare amandosi

Tre
La danza, l’intreccio dei due serpenti, va avanti da circa due mesi!
Dopo quella cena e la conseguente scoperta che ci piacevamo, i nodi sono venuti subito al pettine.
I quali nodi possono essere riassunti in una semplice constatazione: quando ci si è bruciati più di una volta, si impara che con il fuoco è meglio non giocarci!
E noi due, a mettere insieme le esperienze passate, faremmo la gioia di un produttore di creme emollienti contro le ustioni.
Ma le ustioni servono, eccome! Poco per volta, bruciatura dopo bruciatura, si impara che volersi bene non significa imporre la propria volontà o dover cedere a quella del partner; si impara che ci si deve accettare ed essere accettati per quello che si è; si impara che non ci si può ridurre a vivere come dei pupazzi di stoffa per la paura di perdere la persona che si ama, o si crede di amare.
Ma si impara anche che in amore le cose vanno fatte col cuore; che in amore è necessaria una presenza di mente costante e si impara che questa richiede forza, sacrificio, perseveranza. E nell’esercizio quotidiano della forza, del sacrificio, della perseveranza, si impara, in definitiva, ad amare se stessi per amare chi si vuole amare.
Queste e tante altre cose sappiamo e ci siamo detti Guendalina ed io. Queste ed altre cose sono saltate fuori!

Me ne vado nell’orto, non c’è altra soluzione, per adesso!
Mezzo quintale di patate, cinquanta chili di tuberi da sotterrare! L’esperienza mi insegna che datosi un terreno ben concimato, una irrigazione sufficiente e condizioni climatiche normali per la stagione, la resa dovrebbe aggirarsi sui sette chili di patate per ogni chilo piantato. Sempre che si escluda una visita notturna dei cinghiali che gironzolano indisturbati da queste parti, alle falde dell’Appennino ligure. Visita  che considerata la smodata passione che i suddetti mammiferi ungulati hanno nel dissotterrare i tuberi di ogni sorta, risulterebbe devastante per la mia piccola coltivazione.
I cinghiali dicevo, loro si che sono centrati: l’essenza esistenziale di questo animale può essere riassunta in poche e brevi note.
Una bestia crepuscolare: durante il giorno trova riparo in qualche buca nel terreno che scava col muso e gli zoccoli. Di notte trotterella per chilometri per procurarsi il cibo. Tutt’altro che remissivo, il cinghiale se preso alla sprovvista o messo alle strette, attacca furiosamente. Ciò nonostante è da considerarsi una bestia socievole: le femmine, in gruppi di una ventina di esemplari guidati dalla scrofa più anziana, vivono con i cuccioli. I giovani maschi che non si sono ancora accoppiati vivono in gruppi separati, non lontano dal gruppo delle femmine. I maschi adulti invece conducono per la maggior parte dell’anno vita solitaria. Quando la femmina va in estro il maschio abbandona la vita solitaria per aggregarsi al gruppo delle femmine. Prima scaccia i giovani maschi ancora nei dintorni poi affronta la lotta con gli altri maschi adulti. Al vincitore tocca la fase del corteggiamento fatta di suoni, grugniti e sfregamenti vari che terminano con l’accoppiamento. Una volta terminato questo, il maschio torna alla sua vita solitaria fino al prossimo periodo degli amori.
Semplice, no?
Si fa presto a dire: si, ma sono bestie! Ma in queste poche, necessarie, determinanti fasi esistenziali che si ripetono con cadenza giornaliera da millenni, sta proprio la centratura di questo bestione di oltre cento chili di peso che sa muoversi rapido come un coniglio selvatico. Un susseguirsi di gesti identici dettati da un impulso primordiale che non ha subìto l’onta di secoli e secoli di qualsivoglia morale. Una copia della copia della copia dell’opera originale che non ha perso, se non quando è tenuto in cattività, il senso del messaggio originale cioè lo scopo originario per cui l’opera fu, per la prima volta, portata a termine.
Ed ecco il senso, lo scopo del centrarsi. Ritrovare il bello in sè stessi, ritrovare la meravigliosa perfezione del messaggio originale, dello scopo primario per cui siamo stati creati.
Non come me che passo gli anni a constatare che non riesco più a fidarmi di una donna. Che non riesco a vivere il presente ma continuo a ripescare le ferite del passato e proiettarle nel futuro, sorta di Giano bifronte riuscito male. 
Guendalina, le altre prima di lei o quelle che forse verranno dopo, l’equazione è la medesima:  centrarsi e ritrovare quella sicurezza nella mia propria bellezza innata, immarcescibile quando e se colta nella sua vera essenza! Centrarsi e ritrovare quella sicurezza che c’era prima di incontrarla e, inevitabilmente, di rischiare di perderla a causa della mia insicurezza, della mia gelosia. Centrarsi e nella centratura lavorare ancora e ancora, instancabilmente, a quell’amore di me stesso che mi porti infine ad acquisire una forza totale, sincera, scevra di fronzoli si, ma anche di inutili e deleterie paure. Quella forza che, sola, può darmi la lucida consapevolezza che amare non significa appoggiarmi a te, aver bisogno di te o di chissà chi altro, ma trasmetterti la mia bellezza, la mia integrità di uomo, di maschio. Una forza che senza remore, sappia farmi intimamente, completamente, apprezzare la donna, e la femmina, che è in lei.

Fine 

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